MANTOVA – Ha respinto l’accusa di avere ucciso il padre e ha descritto una convivenza nella quale sentiva di non poter decidere della propria vita. Rosa Capuano, 47 anni, è stata ascoltata davanti alla Corte d’Assise di Mantova nel processo che la vede imputata per l’omicidio premeditato di Francesco Capuano, 79 anni, colpito a morte la mattina del 23 dicembre 2024 nel garage del condominio di via Biolcheria, a Suzzara.
«Sono innocente, non l’ho ammazzato», ha ribadito la donna. Durante l’esame ha ripercorso la mattina del delitto, il rapporto con il genitore e le circostanze nelle quali avrebbe nascosto la pistola che, secondo l’accusa, era stata utilizzata per sparare. il pubblico ministero Alessia Silimbani le ha contestato incongruenze negli orari e differenze rispetto alla versione fornita una settimana dopo l’omicidio, quando era stata sentita come persona informata sui fatti.
Il racconto della mattina e le contestazioni sugli orari
Secondo la ricostruzione dell’imputata, quella mattina lei e il padre si erano alzati presto, avevano fatto colazione e guardato la televisione. Dopo le pulizie domestiche e una telefonata dell’uomo con l’altra figlia, Lucia, erano scesi in garage per andare a fare la spesa. Francesco si sarebbe seduto al volante della sua Fiat Panda, chiedendo poi alla figlia di tornare nell’appartamento a prendere i fazzoletti. Rosa ha sostenuto di essere risalita da sola, di essersi fermata anche in bagno e di avere trovato il padre senza vita al ritorno: il corpo piegato in avanti, il sangue e le ferite alla testa.
Uno dei punti affrontati in aula ha riguardato l’intervallo tra le 8.55 e le 9.23 e il tempo trascorso prima della richiesta di aiuto. La donna ha spiegato il ritardo con lo choc: «Ero pietrificata». Ha riferito anche difficoltà nell’utilizzo del cellulare, che a suo dire non aveva campo.
Alla domanda su chi potesse avere ucciso il padre mentre lei era salita nell’appartamento, Rosa ha risposto: «E io che ne so? Forse uno psicopatico». La donna ha sostenuto di non conoscere l’identità dell’assassino, ma la pubblico ministero le ha contestato le differenze tra il racconto fornito in aula e quello reso una settimana dopo il delitto. Quanto al sangue sulla manica della felpa, Rosa ha affermato che il padre aveva avuto una perdita dal naso quella mattina e che lei lo aveva aiutato a tamponarla.
La convivenza, l’arma nascosta e il testamento
Nel corso dell’udienza la 47enne ha raccontato di essersi dedicata prima all’assistenza della madre e poi, dopo la sua morte, a quella del padre. Un impegno che, secondo quanto riferito, l’aveva portata anche a interrompere gli studi.
Ha descritto Francesco come un uomo severo, che limitava le sue uscite serali, e una quotidianità con pochi rapporti sociali. Non lavorava e riceveva dal genitore cento euro al mese. Ha precisato di obbedirgli per rispetto, pur sentendosi priva di libertà.
Ampio spazio è stato dedicato alla pistola rinvenuta il 5 marzo 2025, quando Rosa era stata arrestata a Giugliano in Campania, nell’abitazione della sorella dove si era trasferita. L’arma, un revolver calibro 22 detenuto illegalmente dal padre, era stata trovata nel suo beauty case.
La donna ha ammesso di averla presa e nascosta, sostenendo di averlo fatto durante le perquisizioni successive al delitto per paura di essere accusata. Ha spiegato di non essersene liberata anche perché la considerava un ricordo del padre. Secondo la sua versione, Francesco custodiva la pistola in una scatola nel suo armadio; le munizioni avrebbero invece avuto origine dal suo servizio militare.
In aula è emersa anche la questione dell’eredità. Francesco aveva indicato Rosa come erede universale, lasciandole anche l’appartamento di via Biolcheria. Nel 2023 aveva però cercato di venderlo, senza riuscirci: voleva tornare a Napoli, mentre la figlia desiderava rimanere a Suzzara. Al termine dell’esame, il presidente della Corte d’Assise Gilberto Casari, affiancato dalla giudice Giulia Cammareri, ha rinviato l’udienza al 5 novembre.


















