MANTOVA – Sono 184.083 gli occupati in provincia di Mantova, a fronte di 163.577 pensioni erogate. Il saldo è positivo per 20.506 unità, un margine che colloca il territorio mantovano tra le realtà italiane nelle quali il numero di persone al lavoro continua a superare quello dei trattamenti pensionistici. Il dato, riferito al 2025, emerge dall’analisi pubblicata dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che ha incrociato le statistiche dell’Inps con quelle dell’Istat per misurare uno degli squilibri destinati a pesare maggiormente sul futuro dell’economia italiana: il progressivo assottigliamento della popolazione attiva rispetto a quella che beneficia delle prestazioni previdenziali e assistenziali. Al Sud invece i pensionati superano di gran lunga i lavoratori, e la media italiana ormai è vicina ad una parità sostanziale tra chi è in attività e chi in quiescenza.
Per il Mantovano, il rapporto equivale a circa 89 pensioni ogni 100 occupati, oppure, osservando il fenomeno dalla prospettiva opposta, a 112,5 lavoratori ogni 100 assegni. Una situazione ancora relativamente favorevole rispetto alla media nazionale, dove si contano ormai 96 pensioni ogni 100 occupati, ma meno solida di quella lombarda, che si ferma a circa 82 trattamenti ogni 100 lavoratori. La provincia si colloca al 25° posto nella graduatoria nazionale dei saldi più favorevoli, su 102 territori esaminati, e al settimo tra le dodici province lombarde.
Il risultato conferma la capacità del tessuto economico mantovano di mantenere una base occupazionale superiore al numero delle prestazioni pensionistiche, ma evidenzia anche una distanza tutt’altro che ampia tra le due grandezze. Il margine positivo rappresenta infatti poco più dell’11% degli occupati, mentre in altre province della Lombardia il divario è sensibilmente maggiore. Una differenza che acquista particolare significato alla luce delle prospettive demografiche dei prossimi anni, quando una quota consistente degli attuali lavoratori raggiungerà l’età della pensione e le aziende dovranno affrontare una crescente necessità di sostituire personale esperto.
Il confronto con le province vicine aiuta a comprendere meglio la posizione di Mantova. Brescia presenta 562.624 occupati e 450.144 pensioni, con un saldo positivo di 112.480 unità, il terzo più elevato d’Italia dopo Milano e Roma. Bergamo registra invece 494.647 lavoratori e 411.664 trattamenti pensionistici, con una differenza di 82.983. Più contenuto il margine di Cremona, dove a 154.081 occupati corrispondono 147.267 pensioni, per un saldo di appena 6.814 unità. In termini proporzionali, nel Cremonese si arriva a quasi 96 pensioni ogni 100 lavoratori, un valore molto vicino alla media italiana e decisamente meno favorevole rispetto a quello mantovano.
Mantova presenta inoltre un saldo superiore a quello di Pavia, che si attesta a 14.419 unità, e di Lodi, ferma a 17.416, mentre resta alle spalle di Como, dove gli occupati superano le pensioni di 30.693 unità. Si tratta di differenze che riflettono la diversa composizione demografica e occupazionale dei territori e che mostrano come, anche all’interno della stessa regione, il rapporto tra lavoro e previdenza possa assumere dimensioni molto differenti.
Per l’economia mantovana il problema non riguarda soltanto l’equilibrio numerico. La progressiva uscita dal mercato del lavoro di operai specializzati, tecnici, impiegati e figure con competenze maturate durante decenni di attività rischia di incidere direttamente sulla continuità produttiva delle imprese. In un territorio caratterizzato da una presenza importante della manifattura, dell’agroalimentare, dell’artigianato e della logistica, il ricambio generazionale rappresenta una questione che va oltre la semplice sostituzione di un dipendente con un altro. Significa trasferire conoscenze, garantire la formazione dei nuovi assunti e assicurare alle aziende la disponibilità delle professionalità necessarie a mantenere i livelli di produzione.
Le difficoltà potrebbero risultare particolarmente pesanti per le piccole e medie imprese, che dispongono generalmente di minori risorse organizzative rispetto alle grandi realtà industriali. La perdita di un lavoratore esperto può rendere più complicato presidiare una fase produttiva, utilizzare determinati macchinari o garantire la continuità di mansioni specialistiche. Il rischio è che la progressiva riduzione della disponibilità di manodopera diventi un limite alla crescita, anche in presenza di ordinativi e opportunità di mercato.
La fotografia mantovana si inserisce in un quadro regionale che, almeno per il momento, conserva un equilibrio decisamente più favorevole rispetto al resto del Paese. In Lombardia gli occupati sono 4.566.798, mentre le pensioni erogate ammontano a 3.752.774: la differenza positiva raggiunge 814.024 unità, il risultato migliore tra tutte le regioni italiane. Il primato è particolarmente significativo considerando che il saldo complessivo nazionale è pari a 935.337 unità. La Lombardia rappresenta quindi una delle principali componenti del bilancio positivo del Paese, grazie alla consistenza del proprio sistema produttivo e alla capacità di mantenere un numero elevato di persone al lavoro.
La situazione, tuttavia, non è omogenea in tutte le province. Milano guida la graduatoria italiana con 1.568.960 occupati e 1.148.264 pensioni, per una differenza di 420.696 unità. Seguono, tra le province lombarde, Brescia, Bergamo e Monza e Brianza, quest’ultima con un saldo positivo di 61.654. Varese raggiunge 48.420 unità, Como 30.693 e quindi Mantova con le sue 20.506. All’estremo opposto si trovano Lecco e Sondrio, le uniche due province lombarde nelle quali le pensioni superano già il numero degli occupati: di 188 unità nel Lecchese e di 1.869 in Valtellina.
Il primato occupazionale della Lombardia, però, porta con sé anche la maggiore esposizione al fenomeno del ricambio generazionale. Secondo le elaborazioni della Cgia sulle previsioni del sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, tra il 2025 e il 2029 in Lombardia la domanda di sostituzione raggiungerà 567.700 lavoratori, il valore più elevato tra tutte le regioni italiane. Di questi, 366.900 riguarderanno i dipendenti delle imprese private, pari al 64,6% del totale regionale. La Lombardia concentrerà così quasi il 19% dell’intero fabbisogno nazionale di sostituzione.
Si tratta di numeri che rendono evidente la portata della sfida. Il mercato del lavoro lombardo dovrà assorbire nell’arco di cinque anni una domanda di ricambio superiore a mezzo milione di posizioni, mentre le aziende continueranno a confrontarsi con un’offerta di giovani lavoratori condizionata dal calo delle nascite. La ricerca di personale qualificato rischia quindi di diventare sempre più complessa, soprattutto nei settori nei quali l’esperienza e le competenze tecniche richiedono percorsi formativi lunghi. Il rapporto della Cgia non fornisce una proiezione specifica per la provincia di Mantova, ma le dimensioni del fenomeno regionale indicano chiaramente il contesto nel quale anche le imprese mantovane dovranno operare.
Un ulteriore elemento di attenzione arriva dall’età degli stessi lavoratori. Nel 2024, ultimo anno considerato dall’analisi per questo indicatore, il 32,2% dei dipendenti privati lombardi aveva più di 50 anni, una percentuale leggermente inferiore alla media nazionale del 32,7%. Significa comunque che quasi un lavoratore su tre appartiene a una fascia di età che nei prossimi anni si avvicinerà progressivamente al pensionamento. Non tutti lasceranno il lavoro entro il 2029, naturalmente, ma la consistenza di questa componente anagrafica conferma quanto il ricambio generazionale sia ormai una questione strutturale per l’economia regionale.
Allargando lo sguardo al resto d’Italia, il quadro diventa ancora più preoccupante. Nel 2025 gli occupati erano 24.117.235, a fronte di 23.181.898 pensioni in pagamento. Il saldo positivo si è così ridotto a meno di un milione di unità, portando il rapporto tra le due grandezze a un livello ormai prossimo alla parità. La Cgia ricorda che negli anni Ottanta si contavano circa tre lavoratori per ogni pensione, mentre oggi il rapporto è sostanzialmente di uno a uno. Un cambiamento profondo, alimentato dal progressivo invecchiamento della popolazione, dall’aumento dell’aspettativa di vita e soprattutto dalla persistente diminuzione delle nascite.
Occorre precisare che il numero delle pensioni non coincide necessariamente con quello dei pensionati: una stessa persona può percepire più trattamenti e nel conteggio rientrano, oltre alle pensioni di vecchiaia e anzianità, anche quelle ai superstiti, le prestazioni assistenziali, di invalidità e indennitarie. Il confronto non rappresenta quindi un rapporto diretto tra contribuenti e beneficiari, ma rimane un indicatore significativo del cambiamento demografico e della pressione crescente che questo esercita sul sistema economico e previdenziale.
La distanza tra Nord e Sud emerge con particolare evidenza. Tutte le regioni del Mezzogiorno presentano un numero di pensioni superiore a quello degli occupati. La situazione più critica si registra in Puglia, dove il saldo è negativo per 263.020 unità, seguita dalla Calabria con 220.349 e dalla Sicilia con 186.462. La Campania presenta un disavanzo di 102.812, mentre la Sardegna si attesta a 66.443. Complessivamente, nelle regioni meridionali gli assegni pensionistici superano i lavoratori di 881.708 unità.
La Cgia sottolinea come questo squilibrio non dipenda esclusivamente dalla presenza di persone che hanno concluso la propria carriera lavorativa. Nel Mezzogiorno pesa anche la maggiore incidenza dei trattamenti assistenziali e di invalidità, insieme a una partecipazione al mercato del lavoro più bassa, alla diffusione dell’occupazione irregolare e all’invecchiamento demografico. Una combinazione che restringe la platea degli occupati regolari e amplia, nello stesso tempo, il numero delle prestazioni erogate.
Non mancano, comunque, segnali di difficoltà anche nelle aree economicamente più sviluppate del Paese. Nel Nord sono già undici le province nelle quali le pensioni superano gli occupati. Il disavanzo più elevato si registra a Savona, con 9.326 unità, seguita da Biella con 9.153 e Rovigo con 5.652. Tra le regioni settentrionali la Liguria è l’unica a presentare un saldo complessivamente negativo, pari a 4.767 unità. Al Centro, invece, si trovano sotto la soglia di equilibrio le Marche, con un differenziale negativo di 10.489, e l’Umbria, con 24.094.
La questione è destinata a diventare ancora più rilevante nel breve periodo. Secondo le previsioni richiamate dalla Cgia, nel quinquennio 2025-2029 la domanda di sostituzione a livello nazionale ammonterà a 3.042.000 lavoratori, di cui 1.608.300 dipendenti del settore privato. Ben 2.244.700 posizioni, pari a circa il 74% del totale, interesseranno le regioni del Centro-Nord, dove si concentra una parte rilevante della capacità produttiva nazionale. Dopo la Lombardia, i fabbisogni maggiori riguarderanno il Lazio, con 305mila lavoratori, il Veneto con 291.200, l’Emilia-Romagna con 261mila e l’insieme di Piemonte e Valle d’Aosta con 252mila.
L’effetto di questa trasformazione non sarà limitato alle aziende. L’invecchiamento della popolazione è destinato a riflettersi anche sulla spesa pubblica. Per il 2026 la Cgia indica una spesa pensionistica nazionale di 351,8 miliardi di euro, in crescita del 2,7% rispetto all’anno precedente, sostanzialmente in linea con l’andamento previsto dell’inflazione. Ma entro il 2029, secondo le stime del Ministero dell’Economia e delle Finanze a legislazione vigente, la spesa dovrebbe raggiungere 388,6 miliardi, con un incremento di 36,8 miliardi rispetto al 2026, pari al 10,5%. Un aumento superiore alla crescita dei prezzi prevista nello stesso periodo, che segnala l’ulteriore pressione destinata a gravare sui conti previdenziali.
Il problema assume dunque una doppia dimensione: da una parte la necessità di finanziare un sistema pensionistico chiamato a sostenere una platea sempre più ampia di trattamenti, dall’altra l’esigenza di garantire alle imprese la forza lavoro indispensabile per continuare a produrre, investire e competere. Se il numero dei lavoratori in uscita dovesse superare stabilmente quello dei nuovi ingressi, il rischio sarebbe quello di un progressivo restringimento della base produttiva, con ripercussioni sulla crescita economica e sulla capacità di generare reddito e contributi.
La Cgia individua nell’aumento dell’occupazione femminile e giovanile una delle principali possibilità per attenuare gli effetti di questa trasformazione. Nonostante negli ultimi quattro anni il numero degli occupati in Italia sia cresciuto di circa 1,2 milioni di unità, il Paese continua infatti a occupare le ultime posizioni europee per partecipazione delle donne al lavoro e presenta risultati particolarmente deboli anche per l’occupazione giovanile. Ampliare queste due componenti della forza lavoro potrebbe contribuire a ridurre almeno in parte il divario tra lavoratori in uscita e nuovi ingressi.
Per Mantova, così come per il resto della Lombardia, la sfida si giocherà soprattutto sulla capacità di accompagnare il passaggio generazionale senza disperdere competenze e professionalità. La formazione tecnica, il collegamento tra scuole e imprese, l’inserimento dei giovani, la maggiore partecipazione femminile e l’aggiornamento delle competenze rappresentano altrettanti strumenti per affrontare un fenomeno che non può essere risolto soltanto attraverso nuove assunzioni.
















