MANTOVA – Emilio Del Bono, vicepresidente del Consiglio regionale lombardo, ex sindaco di Brescia ed esponente del Partito Democratico, è stato ieri a Mantova. Principale promotore del progetto “Lombardia 2028”, è stato protagonista di un incontro pubblico sul futuro della Lombardia e di un confronto con le organizzazioni di categoria. In mattinata c’è stato il tempo di confrontarsi con lui su alcuni dei temi maggiormente sentiti dai cittadini: trasporti, infrastrutture, sanità, welfare e sicurezza.
Del Bono spiega innanzitutto che il centro sinistra alle prossime elezioni regionali si presenterà unito con un’ampia alleanza, che comprenderà anche il Movimento 5 Stelle, e che può partire dal 44-45% dei consensi. Non mancherà un progetto civico con una lista del presidente. Insomma un centro sinistra “che può davvero giocarsela” considerate anche la “fine della stagione della Lega sempre più in crisi e divisa al suo interno, il fattore Vannacci che sarà destabilizzante, e una stanchezza amministrativa del centro destra dopo trent’anni di governo” dichiara Del Bono. Il tutto in una regione che ha “abdicato al suo ruolo di locomotiva d’Italia avendo una crescita del Pil del 0,6-0,7% in linea col resto del Paese”.
Il Mantovano vive una condizione di isolamento, soprattutto ferroviario, sempre meno sostenibile. I problemi, però, non riguardano soltanto questo territorio. Che cosa non funziona e quali sono le vostre proposte?
Ci sono due nodi: il rapporto con Rfi e il sistema ferroviario regionale, essenzialmente Trenord. La Lombardia ha perso peso nel confronto con le società di Stato e con i grandi decisori politici: dobbiamo recuperare un’interlocuzione diretta e significativa con Rfi. Sul trasporto regionale abbiamo ancora gran parte della rete ferroviaria a binario unico, il 93% delle merci che viaggia ancora su gomma, e servizi insufficienti. Abbiamo sbagliato a regionalizzare il sistema di Trenord, destinandogli enormi risorse senza ottenere qualità: seicento milioni su un miliardo e duecento del fondo nazionale per il trasporto vanno alla società, senza miglioramenti significativi.
Gli investimenti sui mezzi, finanziati con mutui e risorse regionali, pesano anche sulla parte corrente del bilancio. Altre regioni hanno invece caricato questo costo su Rfi, liberando risorse per i servizi. Intanto aumentano i costi del carburante, del personale e delle manutenzioni, mentre i fondi rimangono invariati e i servizi peggiorano. Non possiamo difendere una società perché è lombarda, cambiando anche le regole sui ritardi e sulle penali per evitarle le conseguenze dei disservizi. Serve una grande vertenza con lo Stato e con le Ferrovie dello Stato per ottenere un salto di qualità».
L’idea è rinunciare a Trenord o mantenerla in una forma diversa?
Questo si vedrà, anche rispetto alla composizione societaria. Sicuramente dobbiamo cambiare approccio e liberare risorse per il trasporto extraurbano, sempre più in crisi. Le agenzie del Trasporto pubblico locale riescono a garantire a fatica i collegamenti per gli studenti, mentre manca un’offerta per lavoratori e turisti. Teniamo presente poi che ben il 64% dei finanziamenti alle agenzie del Tpl va a Milano, tutto il resto della Lombardia deve dividersi quel che rimane.
Nell’ultimo Programma regionale della mobilità e dei trasporti abbiamo chiesto duecento milioni aggiuntivi. Riequilibrando le risorse destinate a Trenord e aumentando la contribuzione potremmo avere trecento-quattrocento milioni in più da distribuire sul territorio. Per un’agenzia venti o trenta milioni aggiuntivi possono significare il trenta per cento di risorse in più e possibilità diverse di organizzare i servizi.
Invece, mentre il fondo nazionale aumentava leggermente, la Regione ha ridotto la propria quota: in questa legislatura sono stati tagliati settanta dei duecentoquindici milioni che storicamente destinava al trasporto pubblico locale. Per noi il trasporto pubblico è una leva di sviluppo: collega i territori, favorisce la crescita e incide sulla localizzazione delle aziende e delle funzioni pubbliche. Anche i lavoratori devono poter raggiungere il posto di lavoro senza essere obbligati a usare l’auto. La Regione paga il prezzo di aver considerato questo settore come l’ultimo dei suoi interessi.
Lo stesso allontanamento dai territori si vede nella sanità, concentrata sugli ospedali anche attraverso l’accreditamento dei privati, senza chiedere loro di contribuire alla rete territoriale. Il novanta per cento delle risorse va agli ospedali e il dieci per cento al territorio, producendo enormi squilibri. Pensiamo alle Rsa: posti letto e corrispettivi insufficienti alimentano le disuguaglianze».
Qual è quindi la vostra idea di sanità territoriale? Quale ruolo devono avere le Case di comunità?
Siamo per le Case di comunità vere, nate dall’accordo tra Governo italiano e Unione europea e finanziate dal Pnrr. Il decreto ministeriale 77 del 2022 prevedeva presidi ogni quaranta-cinquantamila abitanti, con medici ventiquattr’ore su ventiquattro, infermieri dodici ore al giorno, sette giorni su sette, centro prenotazioni, integrazione sociale e sanitaria e diagnostica di base.
Abbiamo costruito o ristrutturato gli edifici, ma non garantito le prestazioni. L’Europa ha finanziato gli investimenti: spettava a noi organizzare i servizi. La Lombardia non l’ha fatto, perché non ha mai creduto in questo modello, puntando sugli ospedali e sulla diagnostica a pagamento. Ha cercato di ridurre le case di comunità a semplici ambulatori: dobbiamo restituire loro la funzione prevista.
Anche la carenza di personale andava affrontata per tempo e non si è fatto. Ma i medici non mancano in assoluto: il 22% è uscito dal servizio sanitario per andare nel privato, non in quello accreditato ma in strutture che svolgono attività esclusivamente privata. Questo perché economicamente più conveniente. Per ricostruire la sanità territoriale dobbiamo riconoscere adeguatamente il lavoro di chi rimane nel servizio sanitario.
Sulle Rsa, invece, in che cosa è ferma la Regione?
Sul riconoscimento dei posti letto, il cui numero nel sistema accreditato è fermo da moltissimi anni, e sui corrispettivi. Nel frattempo le Rsa hanno assunto un ruolo sempre più sanitario, perché accolgono persone con condizioni di salute molto compromesse. I costi dell’assistenza sono cambiati, ma i riconoscimenti economici sono rimasti quelli di prima.
La vertenza tra le strutture accreditate e convenzionate e la Regione sta diventando esplosiva. Se al territorio destiniamo soltanto il dieci per cento dei ventiquattro miliardi della spesa sanitaria, questi problemi sono inevitabili.
La Regione deve stabilire nuove regole, coinvolgere i privati accreditati nella sanità territoriale e riequilibrare le risorse verso le emergenze. Le Rsa sono una di queste: molte famiglie già oggi non riescono a sostenere le spese».
Passiamo alla sicurezza: come si risponde nell’immediato a emergenze come quelle viste a Milano e come si interviene per evitare che si ripetano?
La Regione non ha competenze dirette sull’ordine pubblico, ma può finanziare le polizie locali, sostenendo il presidio del territorio, gli investimenti, la strumentazione e la formazione. Ha inoltre un ruolo fondamentale nell’istruzione e nella formazione professionale, quindi nella prevenzione.
La Lombardia finanzia le polizie locali con lo 0,03 per cento del bilancio. L’assessore La Russa può vantare il finanziamento più basso delle regioni italiane. È la distanza tra retorica e realtà: la destra si presenta come la più attenta alla sicurezza, ma a livello locale la finanzia meno. Sulla prevenzione bisogna leggere meglio i dati. L’abbandono scolastico lombardo è in linea con la media italiana, o leggermente migliore, ma tra i ragazzi di seconda generazione arriva vicino al diciassette-diciotto per cento. Servono interventi mirati: uscire dall’istruzione e dalla formazione espone questi giovani a maggiori difficoltà e priva il territorio di personale qualificato. Anche nei fatti di Milano moltissimi sono ragazzi di seconda generazione. Dobbiamo occuparci di formazione, politiche sociali e sociosanitarie, minori non accompagnati e disagio giovanile. Serve anche una risposta della psichiatria territoriale, perché i problemi di salute mentale stanno aumentando soprattutto tra i giovani».
Che cosa pensa di chi accusa il centrosinistra di aver trascurato per decenni la sicurezza?
Trovo curioso che, dopo oltre quattro anni di governo Meloni, la situazione sia peggiorata sul fronte dell’ordine pubblico, della sicurezza e del fenomeno migratorio.
L’obiezione è che si paghino le conseguenze degli ingressi di stranieri avvenuti in precedenza.
Negli ultimi vent’anni ha governato più il centrodestra del centrosinistra e la Lega ha fatto parte di quasi tutti i governi: non possono rimuovere le proprie responsabilità. Abbiamo ancora la Bossi-Fini. Al centrosinistra si può semmai rimproverare di non aver cambiato le leggi del centrodestra, non di averle alleggerite. Il centrodestra non riconosce il fallimento nella gestione del fenomeno migratorio e ora sta fallendo anche sulla sicurezza e sull’ordine pubblico. Anche noi, però, dobbiamo fare un salto culturale e affermare che immigrazione, sicurezza e ordine pubblico sono prioritari. Quando governeremo, ce ne assumeremo pienamente la responsabilità.
Se devo essere sincero e fare un esempio, tra Piantedosi e Minniti scelgo mille volte Minniti. Chiediamoceli: gli italiani erano più tranquilli con Minniti al Ministero dell’Interno o con Piantedosi adesso? Rispondo così: ridateci Minniti, ridatecelo!















