Macello di Pietole, nuove rivelazioni: etichette false, controlli annunciati e presunti contatti con i clan. Partiti i squestri di Ats

PIETOLE (BORGO VIRGILIO) – Nuovo approfondimento di “Report” sul macello di Pietole. La trasmissione d’inchiesta, con la seconda parte andata in onda ieri sera, ha raccolto ulteriori immagini che confermerebbero la prassi dello stabilimento di rimettere in commercio carne scaduta, che finirebbe anche ai ristoranti e alla grande distribuzione. La giornalista Giulia Innocenzi, dopo la prima parte dell’inchiesta “Non si butta via niente”, è tornata quindi a parlare della pratica “scorretta e pericolosa” rivelata da un operaio dell’azienda leader nel settore della lavorazione delle carni estere, che fattura circa 200 milioni l’anno.
E così, tra i tanti elementi, si è appreso che addirittura in una confezione, la carne sarebbe stata etichettata come italiana, quando in realtà, da quanto risulta alla cronista autrice dell’inchiesta, “la carne lavorata proveniva da Uruguay e Argentina”. E ancora: “in un giorno di lavorazione in cui venivano trattate partite di roast beef congelato, le etichette intercettate avrebbero riportato tutte la stessa dicitura: ‘roast beef fresco’”.

Ma perché i controlli non hanno mai intercettato queste pratiche? La risposta è presto detta: le verifiche delle autorità sanitarie non sono praticamente mai a sorpresa, vengono quasi sempre annunciate e quindi tutto viene svolto regolarmente nei giorni dell’ispezione. Si conoscerebbero addirittura anche gli orari in cui vengono effettuati i controlli. Inoltre, proprio per ovviare a possibili accertamenti dei veterinari di Ats, le operazioni sulla carne scaduta sarebbero state concentrate il sabato, quando i veterinari non sono in servizio. Da quanto tempo tutto ciò andava avanti? Secondo Report, la situazione sarebbe proseguita “dal 2018”. E chi c’è dietro la gestione dei lavoratori? Qui emergono altre notizie inquietanti, perché le rivelazioni andate in onda partirebbero da Mantova e arriverebbero fino in provincia di Bari, all’ombra della criminalità organizzata, da cui sarebbe arrivata anche “la parte in nero degli stipendi” pagati agli addetti del macello.

L’operaio sostiene che ci siano dei pezzi di carne che subirebbero persino una doppia lavorazione. E cioè che sono già scaduti una volta, rimessi in commercio con la nuova etichetta, scaduti nuovamente e immessi ancora una volta sul mercato con una seconda etichetta falsa.
Secondo l’Ats Val Padana, sentita da Giulia Innocenzi, l’ipotesi non è da escludersi, “ma per esserne certi abbiamo bisogno delle informazioni che l’operatore ci deve dare riguardo alla tracciabilità del prodotto”. Peccato che il macello, secondo quanto riferito da Ats, abbia tardato a fornire questi dati, adducendo problemi di natura informatica. Ats conferma in ogni caso di aver già adottato una serie di provvedimenti nei confronti dell’azienda: “I lotti di carne di cui ci avevate fornito le etichette – dichiara Vincenzo Traldi direttore del Dipartimento Veterinario e Sicurezza Alimentare – sono arrivati già scaduti da un impianto di un’altra provincia”. Anche se l’azienda non ha ancora trasmesso le informazioni richieste, Ats ha sequestrato “le celle di congelamento, con all’interno 180 tonnellate di carne; abbiamo bloccato il tunnel di congelamento, che è quella parte che serve per congelare, e abbiamo sospeso il riconoscimento per la parte di sezionamento dell’impianto, quindi ad oggi il macello non può sezionare”.

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