Trump, ‘un’intera civiltà morirà stanotte, non vorrei ma è probabile’

Il conto alla rovescia è iniziato. Alle 20 di New York – le 2 di notte in Italia – scade l’ultimatum lanciato da Donald Trump all’Iran, in un clima sempre più teso e carico di incognite sul futuro del Medio Oriente. Il presidente americano ha accompagnato la scadenza con parole durissime, affidate a un post su Truth: «Una intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà». Un messaggio dai toni catastrofici, subito mitigato da un passaggio più ambiguo: «Ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale, forse potrebbe accadere qualcosa di meraviglioso e rivoluzionario. Lo scopriremo stanotte».
Parallelamente, Trump ha confermato che quella fissata è «la scadenza definitiva», senza ulteriori proroghe, pur lasciando intravedere spiragli negoziali: «Da Teheran abbiamo ricevuto una proposta significativa, ma non è sufficiente». Nel frattempo, ha assicurato, «la campagna di bombardamenti continuerà».

Pressione militare e piani già pronti

Dietro la retorica, si muovono scenari operativi concreti. Secondo fonti citate dai media americani, sarebbe già pronto un piano militare che prevede attacchi mirati alle infrastrutture strategiche iraniane – ponti, centrali elettriche e nodi energetici – con conseguenze potenzialmente devastanti anche per la popolazione civile. Alcuni funzionari dell’amministrazione descrivono un presidente determinato a una linea durissima. «È il più assetato di sangue», avrebbe dichiarato una fonte, sottolineando come anche figure considerate falchi, come il capo del Pentagono Pete Hegseth o il segretario di Stato Marco Rubio, risultino più prudenti rispetto a Trump. Il piano, definito internamente “Infrastructure Day”, sarebbe già stato discusso con consiglieri e alleati, mentre resta alta la preoccupazione per possibili ritorsioni e per un’escalation su larga scala.

Diplomazia in affanno: tregua lontana

Sul fronte diplomatico, però, si moltiplicano i tentativi di evitare lo scontro diretto. Secondo Axios, Washington starebbe lavorando a una tregua di 45 giorni come base per negoziati più ampi. Una proposta che si intreccia con il cosiddetto “accordo di Islamabad”, elaborato dal Pakistan: cessate il fuoco immediato, riapertura dello Stretto di Hormuz entro 15-20 giorni e avvio di colloqui diretti. Teheran, tuttavia, ha respinto l’impianto: «Non riapriremo Hormuz in cambio di una tregua, ma solo di una soluzione definitiva». Gli ayatollah hanno rilanciato una controproposta articolata in dieci punti, che include la fine dei conflitti regionali, garanzie sulla sicurezza dello stretto, risarcimenti e revoca delle sanzioni. Da parte iraniana è arrivato anche un messaggio politico chiaro: la ricerca di una soluzione «è incompatibile con gli ultimatum».

Tra minacce e spiragli

Nel mezzo, resta l’incertezza. Trump ha più volte annunciato svolte imminenti poi non concretizzate, ma questa volta il livello dello scontro appare più alto, tra minacce esplicite e preparativi militari già avviati.
E mentre il presidente lascia aperta la porta a una possibile exit strategy – anche sotto la pressione dell’opinione pubblica americana, che «vuole tornare a casa» – le prossime ore potrebbero davvero segnare uno snodo decisivo.
«Sarà uno dei momenti più importanti della storia del mondo», ha scritto Trump. Una previsione che, tra diplomazia e rischio escalation, pesa come un’incognita sul destino dell’intera regione.