MANTOVA – È stato il forte temporale che nel primo pomeriggio si è abbattuto su Mantova a cambiare all’ultimo momento lo scenario di uno degli incontri più attesi di Festivaletteratura. Piazza Castello, allagate dalla pioggia battente, ha costretto gli organizzatori a spostare nella Basilica di Sant’Andrea “Spezzeranno le spade e ne faranno aratri”, il confronto tra il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, il direttore di ‘Limes’ Lucio Caracciolo e la giornalista e scrittrice Paola Caridi.
Una soluzione eccezionale, con la basilica utilizzata per la prima volta come sede di un appuntamento del Festival, che ha regalato all’incontro una cornice particolarmente suggestiva.
Una moltitudine di persone ha completamente gremito Sant’Andrea, riempiendo la navata e ogni spazio disponibile. In apertura Caridi ha ringraziato il vescovo Marco Busca e il rettore della basilica don Stefano Savoia, entrambi presenti, per aver reso possibile lo spostamento.
«In questo caso dobbiamo ringraziare il maltempo», ha sottolineato Caridi, colpita dalla bellezza della basilica albertiana e dalla straordinaria risposta del pubblico.
Al centro del confronto una pace che non sia semplicemente assenza di conflitto, ma, riprendendo le parole di Papa Leone XIV, una pace «disarmata e disarmante». È stato proprio questo l’invito iniziale di Caridi: parlare «di pace, più che di guerra», in un momento storico segnato da conflitti sempre più profondi e dalla crescente difficoltà della comunità internazionale nel trovare strumenti capaci di fermarli.
«Senza politica e diplomazia resta la logica delle armi»
Lucio Caracciolo ha posto l’accento sulla politica come condizione imprescindibile per costruire una pace reale e duratura, sottolineando come oggi manchi proprio una politica capace di assumersi il peso delle decisioni più complesse e necessarie. «Non c’è la possibilità di costruire una vera pace se non attraverso la politica, che è quello che manca oggi», ha affermato. Da qui il richiamo alla responsabilità di ciascuno di fronte ai conflitti e alle scelte che essi impongono. «Non siamo spettatori. Mi domando perché abbiamo rinunciato a dire la nostra. Questa mancanza di senso di responsabilità mi atterrisce», ha aggiunto il direttore di Limes.
A partire proprio da questa assenza della politica, Zuppi ha allargato il ragionamento agli altri strumenti necessari per affrontare e risolvere i conflitti. Il cardinale ha evidenziato come oggi sia «venuta meno anche la diplomazia, ovvero quell’insieme di legami e luoghi di confronto che consentono agli Stati di parlarsi anche nelle fasi più difficili».
«La diplomazia, la politica, la comunità internazionale, in cui bisogna cominciare a far funzionare tutte le agorà». Sono questi, secondo il presidente della Cei, gli strumenti da cui ripartire per risolvere le guerre.
«Se non ci sono più i luoghi ai quali affidiamo la soluzione dei conflitti attraverso il dialogo, la politica o la diplomazia, rimane soltanto la logica delle armi», ha osservato Zuppi.
Il confronto su Gaza e «le ragioni dell’altro»
Il confronto ha toccato anche la vicenda di Gaza. Caridi ha ribadito come quanto avvenuto nella Striscia per mano di Israele sia stato un genocidio. Caracciolo ha risposto: «Sì, ma non ne farei uno slogan, perché il mio obiettivo è la pace.
Sono disposto a rinunciare a questo e altri termini per avviare una discussione, un dialogo, perché oggi purtroppo le parole sono usate per non capirsi, per non discutere, per demonizzare».
Da qui la necessità, secondo Caracciolo, di superare quelle convinzioni che rischiano di rendere impossibile persino il confronto: «Bisogna riuscire a liberarsi da alcune convinzioni, che possono essere giuste o sbagliate, e che ci impediscono di entrare nella testa dell’altro. Lo sforzo che oggi ci manca è quello di interessarsi alle ragioni dell’altro».
«Bisogna parlare con l’altro»
Un passaggio ripreso da Zuppi, accolto dagli applausi del pubblico: «Bisogna ricostruire le cose non contro gli altri, ma per il bene degli altri».
Il cardinale ha ricordato inoltre come la guerra in Europa non rappresenti una realtà sconosciuta neppure nella storia recente, richiamando quanto accaduto nella ex Jugoslavia.
«Abbiamo pensato che il sistema sul quale era stata costruita la pace reggesse, e invece è saltato tutto». Da qui una riflessione ancora più ampia: «Abbiamo dato per scontata la pace e non so che cosa potrà succedere con una tecnologia sempre più accessibile. Pensare che la pace si faccia con la guerra è una follia. È la cultura della potenza quella che stiamo vivendo».
Per Zuppi occorre invece recuperare il significato stesso delle parole: «Bisogna usare le parole per il dialogo, l’incontro, la conoscenza e bisogna ricostruire anche le cause non contro gli altri, ma insieme agli altri». E questo comporta anche la disponibilità a confrontarsi con chi si considera nemico: «Bisogna parlare con i cattivi. Bisogna avere il coraggio del dialogo, che può sembrare anche tradimento, ma bisogna parlare con l’altro».
«Preparare la pace con la guerra significa fare la guerra»
Proprio sul significato di una pace «disarmata» Zuppi ha insistito ancora «È una definizione realista, se uno pensa a sé, agli altri e al domani. Al contrario, molti pensano che se non sono armato non posso controllare l’altro».
Il presidente della Cei ha quindi distinto nettamente tra la necessità della sicurezza e della difesa e la logica del riarmo: Le prima «servono, mentre il riarmo entra in un’altra logica. Se si entra nella logica del riarmo si va sempre alla ricerca di qualcosa in più».
Ed è proprio qui che, secondo Zuppi, si trova uno dei nodi più preoccupanti del presente: «Pensare di preparare la pace con la guerra è una delle cose più gravi che stiamo vivendo: significa che sono venuti meno tutti gli strumenti con cui abbiamo pensato fosse possibile ripudiare la guerra».
«Preparare la pace con la guerra significa fare la guerra», ha concluso il cardinale, ricordando come qualcuno, proprio seguendo questa impostazione, sia arrivato persino a cambiare il nome di un ministero. «Al contrario, dobbiamo impegnarci sempre per preparare la pace».


















