Dal folk al rumorismo: i Wilco accendono l’Esedra di Palazzo Te

Credits: Mister Wolf Events

MANTOVA – Il fronte temporalesco che arriva da Parma e che si affaccia minaccioso all’orizzonte dall’Esedra di Palazzo Te, per una volta, decide di spostarsi altrove e di graziare le migliaia di persone accorse da ogni dove – anche dall’estero – per assistere a un altro tipo di tempesta, quella elettroacustica, messa in scena dai Wilco. Una delle band americane più influenti degli ultimi trent’anni, sei straordinari musicisti che non hanno bisogno di alcun tipo di coreografia – nemmeno la più classica delle pezze posizionata in fondo al palco – per dare spettacolo.

Del resto, stiamo parlando dei massimi sistemi. Quel geniaccio di Jeff Tweedy, uno che proprio non ne vuole sapere di invecchiare in barba ai capelli bianchi che ornano il suo viso da affabile nerd, è uno dei migliori songwriter che la scena statunitense abbia saputo sfornare negli ultimi decenni. E tra gli altri, potendo spendere due parole accorate, non possiamo non citare quel fenomeno che risponde al nome di Nels Cline, jazzista prestato con successo all’indie-rock, nominato dalla rivista Rolling Stone come uno dei migliori chitarristi di tutti i tempi.

Credits: Mister Wolf Events

Quello dei Wilco è certo uno dei migliori esempi viventi di indie-rock, etichetta che la band di Chicago ha contribuito e non poco a creare, quantomeno nella sua accezione più contemporanea, quella “millennial” per intenderci. Ma è anche vero che Tweedy e soci sanno spaziare senza problemi, anche all’interno della stessa canzone, dal folk al noise, con code strumentali tanto lunghe quanto esaltanti, come possono testimoniare “Art of Almost”, canzone nuova di zecca, o le ben più navigate “Handshake Drugs” e “Via Chicago”, quest’ultima attinta da quel “A Ghost Is Born” che rappresenta uno dei picchi assoluti nel vasto catalogo dei Wilco.

Dal cilindro di quell’album escono altre gemme quali “Hummingbird”, sorretta dalle tastiere, e una splendida versione di “Theologians”. L’altra pietra angolare del canzoniere degli americani, “Yankee Hotel Foxtrot”, è a sua volta ampiamente saccheggiata per la gioia delle migliaia assiepate sotto il grande palco. Il dittico formato da”I Am Trying to Break Your Heart” e “Kamera” risposta le lancette e i cuori dei fans al 2003 e a quell’epoca non ancora lontana e non più vicina. Sul finire del set trovano spazio anche “Jesus etc.”, “Heavy Metal Drummer” e “I’m the Man Who Loves You”.

Nel mezzo, difficile non citare la meravigliosa “If I Ever Was a Child” e l’immancabile “Impossible Germany”, con Tweedy sempre più a suo agio con il pubblico mantovano e Cline che si destreggia come un funambolo tra chitarre “canoniche” di ogni genere e tipo e lap steel guitar, a seconda del mood dei brani. E in tal senso, che l’esibizione si stia tramutando man mano in un crescendo di elettricità ed emozioni lo certifica l’encore, che – con il pubblico ormai assiepato sotto il palco e l’atmosfera definitivamente trasformata in una grande festa – parte sulle note di “California Stars” (richiesta a più riprese dalla platea) e si trasforma in un baccanale a cielo aperto con versioni di “Spiders (Kidsmoke)” e “I Got You (At the End of the Century)” che sembrano non voler finire mai, esattamente come questa notte mantovana che resterà nei ricordi di tutti i presenti, e forse anche negli annali. (fab)