Giangaleazzo Saviola, vita e leggende dello “Chopin” bozzolese amico inseparabile di Gino Paoli

BOZZOLO – La scomparsa di Gino Paoli a 91 anni ha in qualche modo rimesso Bozzolo al centro di tante cartine geografiche, anche e soprattutto fuori dalla provincia di Mantova. In paese non si parla d’altro. Nei bar, lungo le vie, persino dentro gli uffici comunali, che nel tardo pomeriggio di ieri hanno pubblicato l’ordinanza di lutto cittadino per domani, giorno dei funerali del grande cantautore ligure sì, ma bozzolese (o bozzoliano, parafrasando la sua celebre canzone) d’adozione.

Dagli archivi di chi qui ne ha conservato i ricordi e le tracce dei tanti passaggi emergono fotografie, dediche, articoli che riaffiorano a loro volta da altre epoche, che a guardarli così sembrano lo specchio di un mondo molto vicino, eppure già lontano. Il Sindaco Giuseppe Torchio, che con Paoli condivise persino trascorsi parlamentari nella Commissione Trasporti alla fine degli anni Ottanta, è una delle memorie storiche del territorio. E dai suoi archivi estrae un articolo del Corriere della Sera (edizione lombarda) di sabato 12 ottobre 2002, il giorno in cui a Gino Paoli venne conferita la cittadinanza onoraria di Bozzolo.

L’articolo, a firma del collega Luca Angelini, è incentrato sulla figura di Giangaleazzo Saviola, colui che portò per la prima volta Paoli a Bozzolo. Di come i due si fossero conosciuti, alla “Bussola” di Viareggio, avevamo già scritto ieri, e del resto è cosa nota, quantomeno in paese. Incontratisi attorno a un pianoforte, da cui il soprannome di Chopin con cui il cantautore lo appellò per tutta la vita, ne nacque da subito una fortissima amicizia che non sarebbe mai stata scalfita fino alla scomparsa di Giangaleazzo, avvenuta nel 2018. Ai funerali prese parte la moglie, Paola, poiché l’artista ligure si trovava all’epoca impossibilitato a raggiungere Bozzolo per motivi di salute. Il loro ultimo incontro era avvenuto l’anno prima, a casa di Saviola, e per quanto si sa fu anche l’ultima volta che Paoli venne – seppur in forma strettamente privata – in paese.

Certo, la figura e la vita stessa di Saviola si sono sempre prestate a essere raccontate per l’eccezionalità delle circostanze – e dello stile di vita – in cui è avvenuta. L’articolo del Corriere, che all’epoca aveva intervistato il diretto protagonista, è foriero di aneddoti: le origini nobili, la fortuna famigliare in gran parte andata in fumo perché il padre aveva garantito con i suoi beni alcuni contratti finiti male (“e il resto l’ho dilapidato io in quegli anni birichini”), le serate milanesi e quelle al “Bissone” di Cremona, le scorribande in Versilia e poi anche quelle a Bozzolo, ovviamente. Saviola aprì il suo “Nait Club”, nome ufficiale “Black and White”, e chi altri poteva essere l’uomo da copertina dell’inaugurazione, se non il suo grande e celebre amico? Quella notte andò avanti fino alle 6 del mattino successivo, e poi altri due giorni ancora. Era l’inizio di un legame tra l’artista e una nuova terra d’adozione.

Giangaleazzo Saviola, secondo in piedi da destra, con Gino Paoli (seduto) in una rimpatriata bozzolese

E’ stata un’esistenza vissuta al massimo, almeno negli anni ruggenti della giovinezza, quella di “Chopin”. Da film, verrebbe da dire, e infatti il cinema non poteva mancare in questa trama quasi hollywoodiana. Tra una leggenda metropolitana e l’altra, quella secondo la quale avrebbe dilapidato un patrimonio per fare in modo che Ava Gardner si innamorasse di lui. “Tra noi non c’è stato mai nulla”, rispondeva Saviola al cronista, confermando però di averla conosciuta. Ora che i due grandi amici non ci sono più, resta il ritratto che uno fece dell’altro, tra ammirazione e affettuosa derisione: “Cammina in mezzo al bene e al male/ Con la cadenza quasi sempre uguale/ Metà santone/ Metà faccia da schiaffi”.

Nel video Gino Paoli dialoga con l’amico Giangaleazzo Saviola “Chopin” nel varietà televisivo “Il Cappello sulle Ventitrè”, andato in onda sulla Rai nel 1983, che vedeva il cantautore affiancato da una splendida Ombretta Colli. 

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