Chissà quanti bambini e ragazzi di quei decenni ricordano ancora l’incontro puntuale con Na’s’sa mai com’èla (perdonatemi se non è scritto in modo perfettamente corretto). Era uno di quei personaggi che bastava nominare perché ciascuno vedesse subito una scena precisa: la passeggiata sotto i portici, la voce che arrivava prima ancora della figura, e quel richiamo ripetuto quasi senza sosta. Chi era, davvero, il signore dietro quel soprannome così particolare?
Il suo nome, pare, fosse Angelo Diani. Ma praticamente nessuno lo chiamava così: per chiunque, a Mantova, era Na’s’sa mai com’èla, la frase che ripeteva quasi in continuazione mentre vendeva i biglietti della lotteria di Merano.
Quel “Na’s’sa mai com’èla” (o anche non si sa mai com’èla) lo urlava, sì, ma lo faceva con fare gentile, come se stesse distribuendo una piccola speranza a chi passava. Era un modo per ricordare a tutti che la fortuna poteva essere lì, proprio in uno dei biglietti che teneva in mano in quel momento. Lui, cieco come la fortuna che evocava con la sua voce, sembrava affidarsi solo al suono delle parole e alla fiducia delle persone. Eppure, guai a provare a ingannarlo sul resto: in un attimo capiva se gli era stato dato meno del dovuto. Qualcuno ci provava più per sfidarlo che per cattiveria, perché nessuno avrebbe mai voluto davvero imbrogliare quel signore distinto, sempre composto, con un’eleganza semplice ma riconoscibile. Nei mesi più freddi portava un cappotto e il cappello; in quelli più miti una camicia, ma sempre con l’inseparabile cappello, e il lungo bastone bianco che lo accompagnava passo dopo passo. «Tentare sempre! Üno par vinsàr e üno par….. mia perdàr!! Tentare sempre!» ripeteva: un motto che, a sentirlo oggi, ha il sapore di un’altra epoca, quando perfino la speranza era pronunciata in dialetto e diventava una specie di piccola liturgia di strada.
Di solito lo si incontrava sotto i portici di corso Umberto, vicino al Cinema Corso. Ma lo si poteva trovare anche un po’ più spostato verso la basilica di Sant’Andrea, e pure sotto i portici Broletto. Qualcuno a Mantova se lo ricorda anche sotto i portici davanti all’Upim. Del resto, “ci vediamo all’Upim” era una delle espressioni più comuni di quegli anni. L’Upim era un punto di riferimento, un luogo di ritrovo, il punto di partenza per le immancabili “vasche” in centro quando la passeggiata non era solo un passare, ma un modo di stare in città, di incontrarsi, di guardarsi, di riconoscersi. Era stato il primo grande magazzino della città, aveva aperto il 13 novembre 1958 e avrebbe chiuso il 13 dicembre 2002: date che sembrano segnare un’epoca intera, come se tra quell’apertura e quella serranda abbassata si fosse consumata una parte di Mantova che oggi si racconta con nostalgia. In mezzo, sotto quei portici e lungo quei percorsi ripetuti mille volte, Na’s’sa mai com’èla continuava a fare la sua parte, a rimanere lì, fedele al suo posto e alla sua voce.
Non ricordo se vendesse anche biglietti di qualche altra lotteria; probabilmente sì, visto che quella di Merano era collegata alla corsa dei cavalli di settembre. Quel che ricordo è la sua familiarità: Na’s’sa mai com’èla era una figura diventata una presenza amica, quasi rassicurante. Al punto che quando non lo si vedeva, ci si domandava subito dove potesse essersi cacciato. E poi eccolo sbucare di nuovo, con entrambe le mani alzate — biglietti e bastone — come lo immortalò anche l’indimenticato Imerio Vischi in una delle sue celebri caricature: un’immagine che, ancora oggi, sembra trattenere quel pezzo di città in un istante, quella Mantova che correva meno, che si fermava di più, che aveva tempo di farsi attraversare dalle sue voci e che oggi rivive in un ricordo nitido, testardo, affettuoso, legato a quel richiamo che sembrava non finire mai: Na’s’sa mai com’èla.