La crisi idrica che ha segnato gli ultimi mesi in Lombardia non è un episodio isolato, ma il segnale di una trasformazione profonda dell’idrologia alpina e della pianura padana. La combinazione tra scarsità di neve invernale e anticipo del disgelo ha ridotto drasticamente la disponibilità d’acqua nei mesi cruciali per l’agricoltura estiva, mettendo sotto pressione laghi, fiumi e sistemi irrigui.
Un inverno povero di neve e un disgelo anticipato
A inizio marzo, quando il bilancio nivologico dovrebbe raggiungere il suo massimo, l’accumulo di neve sulle Alpi lombarde era già in forte deficit: 1,3 miliardi di metri cubi equivalenti contro una media ventennale di 2,3 miliardi. Le temperature primaverili sopra la norma hanno poi accelerato la fusione, portando all’esaurimento delle nevi già a fine maggio, con un anticipo di circa sei settimane rispetto al passato.
Questo scarto temporale ha effetti diretti sulla disponibilità idrica estiva: un miliardo di metri cubi in meno, un valore che pesa anche in una regione tradizionalmente ricca d’acqua.
Laghi in sofferenza: scorte per pochi giorni
Gli invasi lombardi – tra laghi regolati e bacini idroelettrici – possono stoccare fino a 2,5 miliardi di metri cubi. Ma a fine giugno, secondo Arpa, gli stoccaggi lacustri erano scesi a 1,1 miliardi, il 40% in meno del previsto. Le piogge di maggio e inizio giugno hanno dato un sollievo temporaneo, già svanito.
I grandi laghi prealpini contano i giorni: Lago Maggiore: 10 giorni di autonomia; Lago di Como: 14 giorni; Lago d’Iseo: 13 giorni; Lago di Garda: unico con scorte sufficienti, ma con tempi di ricarica molto lunghi
Se il Garda dovesse scendere troppo, il problema rischierebbe di ripresentarsi aggravato già nel 2027.
Misure di emergenza e conseguenze a catena
Pressata dalle organizzazioni agricole, la Regione ha avviato interventi straordinari: maggiori rilasci dagli invasi idroelettrici e deroghe ai deflussi ecologici. Decisioni che, oltre a danneggiare gli ecosistemi fluviali, penalizzano anche gli agricoltori del delta veneto e romagnolo, dove la riduzione delle portate favorisce l’avanzata del cuneo salino.
Lorenzo Baio, vicepresidente di Legambiente Lombardia, critica l’approccio frammentato: “Non è accettabile che ogni regione guardi solo ai propri interessi agricoli. Il problema non è più emergenziale: è strutturale. Se il clima cambia, deve cambiare anche l’agricoltura.”
Agricoltura da ripensare: meno mais, riso più tradizionale
Per Legambiente, la chiave è una revisione profonda dei modelli colturali: ridurre le superfici a mais, coltura ad altissimo fabbisogno irriguo; rivedere la coltivazione del riso, limitando la semina in asciutta che concentra il consumo d’acqua nei mesi estivi; ripristinare gli usi invernali e primaverili delle acque, come l’alimentazione delle marcite, utili a ricaricare la falda e sostenere le portate fluviali nei mesi successivi.
L’opportunità dell’agroecologia
Secondo Baio, la transizione agroecologica non sarebbe solo una risposta alla crisi idrica, ma anche un’occasione per aumentare la qualità delle produzioni, migliorare il reddito degli agricoltori e ridurre l’impatto ambientale di un settore che oggi, in Lombardia, registra livelli record di emissioni inquinanti. “Ristrutturare l’agricoltura lombarda in chiave agroecologica significa ridurre il fabbisogno idrico, valorizzare le produzioni e diminuire l’impatto ambientale.”


















