Iveco, l’ombra della crisi Tata pesa anche sugli stabilimenti in Italia

Iveco suzzara operaia

L’acquisizione del ramo civile di Iveco da parte di Tata Motors arriva in un momento che, per il colosso indiano, è tutto fuorché stabile. Mentre l’accordo industriale sembra procedere, il gruppo è attraversato da una frattura interna che rischia di riflettersi anche sul futuro del marchio italiano e dei suoi 14.000 lavoratori.

Un impero diviso: famiglia contro manager

La morte di Ratan Tata nell’ottobre 2024 ha riaperto una contesa mai sopita: chi deve guidare l’impero? Da una parte i manager, favorevoli a espansioni internazionali come l’acquisizione di Iveco e alla quotazione in borsa per sostenere investimenti e trasparenza finanziaria. Dall’altra la famiglia, che teme di perdere il controllo e vuole ridurre l’esposizione debitoria.

La tensione è esplosa con le dimissioni del presidente operativo Natarajan Chandrasekaran, che ha annunciato l’uscita nel 2027. La notizia ha scosso i mercati: Tcs -4%, Tata Motors -1,3%, Tata Steel -1%. Parallelamente, il fratellastro di Ratan, Noel Tata, sta esercitando pressione sul consiglio per evitare che la poltrona rimasta vacante finisca a un manager esterno.

Iveco dentro la tempesta

L’ingresso di Iveco nel gruppo Tata avviene quindi in un contesto di instabilità strategica. Per finanziare l’operazione e sostenere la transizione ecologica, la dirigenza ha dovuto ricorrere a prestiti e valutare la quotazione delle holding, una mossa osteggiata dalla famiglia.

La banca centrale indiana ha inoltre sollecitato le grandi conglomerate a quotarsi per garantire maggiore trasparenza. I manager sono favorevoli, la famiglia no: un braccio di ferro che rischia di rallentare ogni decisione.

Le ricadute sull’Italia

Il passaggio di Iveco sotto Tata Motors porta con sé promesse e incognite. Tata si è impegnata a mantenere la sede a Torino; garantire nessuna chiusura di stabilimenti, salvaguardare circa 14.000 posti di lavoro

Ma i conti di Iveco sono appesantiti da ristrutturazioni e dalla frenata del mercato europeo. Nel breve periodo, investire sugli impianti italiani potrebbe essere difficile.

E se la famiglia Tata dovesse prevalere sulla dirigenza, tutte le garanzie negoziate potrebbero tornare sul tavolo. In altre parole: nulla è blindato.