VIADANA – Mara Azzi, ex direttore generale di ASST Mantova, candidato sindaco per il comune di Viadana, si racconta: «Serve un Comune proattivo, capace di cercare risorse e costruire una nuova classe dirigente viadanese»
Lei arriva dal mondo del management sanitario: qual è il metodo principale che intende trasferire nella gestione del Comune di Viadana?
«Il metodo principale è quello manageriale che parte dai dati, dalla rilevazione dei bisogni, costruisce gli obiettivi e si dà dei tempi intermedi e finali per raggiungerli. E poi, nel caso specifico di Viadana, bisogna distinguere due aspetti: da una parte affrontare l’emergenza, i problemi che ci sono sempre, che emergono quotidianamente e che non puoi programmare; dall’altra invece la proiezione, cioè quello che vogliamo che sia Viadana nel prossimo futuro. Quindi sì, l’ordinario, che è fondamentale perché la gente vive adesso, ma anche una visione strategica, di lungo termine… quello che vogliamo che diventi, anche in prospettiva del 2050».
Alla luce di questo approccio, quale ritieme oggi la principale criticità amministrativa di Viadana?
«Secondo me la principale criticità è proprio il non avere queste due visioni. Si lavora molto sul contingente, si rincorrono i problemi… è un po’ come nella malattia, si curano i sintomi senza pensare alla causa e senza proiettare la salute nel futuro. Manca questo aspetto, manca anche una struttura amministrativa adeguata e forse pure la formazione degli operatori come dei politici. È un approccio reattivo, mentre dovrebbe essere proattivo».
Ha parlato molto di bandi e linee di finanziamento: quali considera prioritari nei primi mesi di mandato?
«Non conosco nel dettaglio i bandi nazionali, regionali o europei. Però una cosa la so: oggi un sindaco deve preoccuparsi soprattutto di portare a casa più risorse. Perché per fare le cose bisogna muoversi in questa direzione, non stare ad aspettare le opportunità, ma cercarle. Dedicarsi molto alla ricerca dei finanziamenti, perché solo attraverso questi si possono fare gli interventi. Non è solo una questione economica, però l’aspetto economico diventa fondamentale».
Pensa che il Comune debba dotarsi di una struttura dedicata, come un ufficio bandi?
«Sì, ma guardi che non è solo una questione di struttura, è un modo diverso di lavorare. Cioè non un atteggiamento di attesa, ma un atteggiamento proattivo, di tutti. Le opportunità vanno cercate, ma anche create, con la fantasia, con la capacità degli operatori. Io nel mio lavoro le cose più belle le ho fatte ascoltando gli operatori, chi ha l’esperienza sul campo, quelli che lavoravano da sempre e avevano un sacco di idee che spesso erano inascoltate. Quando li ascolti e li sostieni, porti a casa il risultato e, soprattutto, motivi le persone».
Nel suo programma unisce spesso commercio e decoro urbano: perché sono così connessi?
«Perché il commercio si sviluppa soprattutto in un ambiente bello, ordinato, pulito, funzionale. Una cosa alimenta l’altra. E poi il commercio è anche un investimento sociale: significa portare le persone al centro, creare condivisione. I negozi, soprattutto nei paesi, non sono solo esercizi commerciali… sono servizi sociali veri e propri. Dopo il Covid ci siamo un po’ abituati a stare a casa, invece servono luoghi di incontro. E poi c’è anche un tema di sicurezza: una vetrina accesa è un presidio».
C’è un provvedimento concreto per il rilancio del commercio?
«Sì, uno strumento importante è il distretto urbano del commercio, dove c’è un’alleanza tra Comune, associazioni di categoria, imprese, realtà del territorio. Come distretto urbano, regolarmente iscritto nel registro di Regione Lombardia, questo permette di accedere a finanziamenti strutturali, non occasionali, con vantaggi per tutti. Però poi bisogna anche intervenire sul quotidiano… sul degrado, sulle cose piccole: le strade con i buchi, i cestini che mancano, la pulizia, i cartelli piegati. Sembrano cose banali, ma fanno la differenza».
Sul tema della sanità territoriale, quale può essere il ruolo del Comune?
«Ecco, qui il punto è cambiare approccio. Quando ero il direttore generale delle aziende sanitarie, negli incontri con i primi cittadini dicevo sempre ai sindaci: vediamo insieme cosa possiamo fare. Perché il Comune può fare tante cose. Può mettere a disposizione spazi per ambulatori, può garantire trasporti per gli anziani, può organizzare percorsi dedicati… può anche prevedere la presenza di un infermiere per alcune prestazioni. Nello specifico, può sviluppare meglio tutti i percorsi di prevenzione e promozione della salute: attività per il benessere fisico, di cui parleremo nel convegno dedicato “Sanità e Servizi Socio-Sanitari: stato attuale e futuro della nostra comunità”, lunedì 11 Maggio alle 20.45, nel cineteatro lux San Matteo. Il problema vero è costruire una collaborazione stretta, non avere un approccio solo di lamento e di richiesta. È fondamentale per i cittadini».
E sui servizi per gli anziani?
«Bisogna partire dall’ascolto, ma da un ascolto vero. Anche dei caregiver. Perché spesso le persone hanno bisogno anche solo di essere ascoltate, o aiutate nella gestione quotidiana. Il Comune può fare molto in termini di supporto e integrazione, anche senza avere la competenza diretta».
Sul fronte dei giovani, come si traduce il progetto “Viadana Lab”?
«Intanto vorrei creare una consulta dei giovani, un luogo dove possano esprimere la loro visione e i loro problemi. Ma non solo: vorrei costruire un percorso di formazione per una futura classe dirigente. Non una scuola di politica… ma una scuola di pubblica amministrazione, con docenti universitari, di filosofia e storia, ma anche coltivare la dimensione spirituale, invitando i sacerdoti. L’idea è che alla fine del mandato non finisca tutto… ma resti qualcosa, una continuità: una classe dirigente viadanese».
Un buon manager può essere anche un buon sindaco?
«Un manager della sanità, sì. Chi ha lavorato nella sanità non può essere solo “uno che controlla i conti”. E neanche solo i risultati. Deve ascoltare, deve tener conto delle persone. Deve avere un’intelligenza razionale, ma anche “del cuore”, emotiva. Così come lo è un buon sindaco. Se c’è solo una delle due, non funziona. Se c’è equilibrio tra le due… allora sì, può esserlo».
Con quale spirito ha accettato la candidatura?
«Per senso del dovere: mi è stato chiesto di mettere a disposizione la mia esperienza per la mia città. Non lo avrei fatto per un’altra realtà. Non ho bisogno di visibilità, né di carriera politica».
Come immagina Viadana nel 2050?
«Vorrei che si riappropriasse del ruolo di guida che ha sempre avuto in passato. È il comune più grande dell’Oglio Po e dovrebbe essere quello che, insieme agli altri comuni, riqualifica tutto questo territorio. L’Oglio Po oggi è un territorio un po’ isolato, però ha anche il vantaggio di essere a cavallo tra due regioni e tre province: questa può essere una grande opportunità, anche dal punto di vista culturale e della crescita delle aziende. Certo, c’è un problema di collegamenti, di trasporti, di posizione… però credo che Viadana debba valorizzare di più le sue competenze, il suo spirito di iniziativa e anche le sue bellezze. E allora perché non valorizzare di più anche una ricchezza enorme come il Po? Perché non ripartire da lì, e far tornare Viadana grande… non solo dal punto di vista economico, ma grande in generale, come territorio guida dell’Oglio Po. Io credo molto nei percorsi di crescita. Quando credi davvero in un progetto, e lo porti avanti con convinzione, i risultati arrivano». Abb
Messaggio politico elettorale, committente: Carlo Alberto Malatesta















