Mantova, ossicombustore per chiudere il ciclo dei rifiuti: emissioni ridotte, materiali ed energia recuperati

Un ossicombustore di nuova generazione, composto da tre moduli per una potenza complessiva di 45 megawatt termici, capace di trattare fino a 140mila tonnellate di rifiuti all’anno e di recuperare energia, acqua, anidride carbonica e materiali riutilizzabili.
È questo il cuore del progetto del Polo Integrato dei Rifiuti di Mantova, presentato oggi dal Gruppo Tea a Ecomondo, la manifestazione internazionale dedicata all’economia circolare di Rimini. Un progetto già arrivato alla fase esecutiva, che punta a un obiettivo particolarmente importante per il territorio: chiudere il ciclo dei rifiuti nel Mantovano, arrivando a gestire all’interno della provincia anche quelle frazioni che oggi vengono conferite a impianti esterni. Un nuovo polo dunque al servizio dell’economia circolare.
Oggi, infatti, la parte indifferenziata dei rifiuti mantovani viene destinata ad impianti di smaltimento fuori provincia con notevoli costi, mentre il nuovo polo consentirebbe di trattarla direttamente sul territorio, attraverso un processo tecnologico che punta a trasformare anche gli scarti non riciclabili in nuove risorse.
Il progetto è stato illustrato da Carlos Zanella di Ambiente & Ecologia, società del Gruppo Tea, e Antonio Di Biase di Oxoco, introdotti dal direttore generale di Tea Alessandro Beltrami. Al centro della presentazione, un modello di gestione integrata che unisce selezione dei materiali, recupero di materia e produzione di energia.

Tre moduli da 15 megawatt per trattare 140mila tonnellate di rifiuti

Il cuore tecnologico del nuovo polo sarà rappresentato da un impianto basato sulla tecnologia FPO (Flameless Pressurized Oxycombustion), ovvero ossicombustione in pressione senza fiamma.
Per Mantova sono previsti tre moduli da 15 megawatt termici ciascuno, per una potenza complessiva di 45 megawatt termici, con una produzione elettrica stimata tra i 5 e i 6 megawatt.
La capacità di trattamento sarà di circa 140mila tonnellate di rifiuti all’anno, con conferimenti indicativi nell’ordine delle 400 tonnellate al giorno. Uno degli aspetti evidenziati durante la presentazione riguarda le dimensioni contenute dell’infrastruttura: la sezione destinata all’ossicombustione dovrebbe infatti occupare una superficie di circa due ettari e mezzo, grazie alla compattezza delle apparecchiature utilizzate.

Un polo per gestire i rifiuti di tutta la provincia

Il Polo Integrato è stato concepito per rispondere alle esigenze dell’intero bacino provinciale, accorpando le attività di selezione e recupero dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata.
Il progetto prevede linee dimensionate per trattare annualmente 38mila tonnellate di imballaggi di carta e cartone, 30mila tonnellate di plastica, 30mila tonnellate di vetro e metalli e 19mila tonnellate di rifiuti ingombranti.
Il primo obiettivo sarà migliorare la qualità dei materiali raccolti in maniera differenziata, così da favorirne il riciclo e il successivo reimpiego nei processi produttivi.
Gli scarti derivanti dalle lavorazioni, insieme alla frazione secca indifferenziata e ai percolati, saranno invece destinati al trattamento mediante ossicombustione nel reattore Isotherm.

Perché l’ossicombustore è molto diverso da un termovalorizzatore tradizionale

Uno degli aspetti più significativi del progetto riguarda proprio la tecnologia scelta, nettamente diversa, per modalità di funzionamento, impatto ambientale e possibilità di recupero dei materiali, rispetto a quella dei termovalorizzatori convenzionali.
Nei tradizionali termovalorizzatori i rifiuti vengono bruciati utilizzando aria, con l’obiettivo principale di produrre energia elettrica e calore. Il processo genera scorie e ceneri, che devono essere successivamente trattate, recuperate dove possibile oppure smaltite.
L’ossicombustore utilizza invece ossigeno al posto dell’aria e lavora in pressione, a temperature nell’ordine dei 1.400 gradi, senza una fiamma convenzionale. Il processo avviene in condizioni controllate e punta non soltanto al recupero energetico, ma anche a una valorizzazione molto più ampia delle componenti presenti nei rifiuti.
La distinzione assume particolare rilievo anche alla luce delle disposizioni di Regione Lombardia, che non consentono la realizzazione di nuovi termovalorizzatori. L’ossicombustore proposto da Tea punta invece su una tecnologia innovativa, caratterizzata, secondo i progettisti, da un impatto ambientale estremamente contenuto.
L’utilizzo di ossigeno al posto dell’aria consentirebbe infatti di ridurre di oltre l’80% il volume dei flussi gassosi da trattare, mentre i sistemi di abbattimento permetterebbero di contenere drasticamente le emissioni in atmosfera. Secondo lo schema tecnico presentato, i fumi residui destinati al camino rappresenterebbero meno del 10% dei flussi considerati nel processo.
La differenza sostanziale sta dunque nel risultato che si intende ottenere: non semplicemente energia dalla combustione, ma un recupero di materia a 360 gradi, attraverso la trasformazione dei residui in prodotti riutilizzabili.
In particolare, secondo quanto illustrato dai progettisti, il sistema è concepito per evitare la produzione delle tradizionali ceneri di combustione, trasformando la componente minerale dei rifiuti in piccoli cristalli di vetro, chiamati anche perle vetrose. Si tratta di materiali che, una volta verificata la conformità ai requisiti tecnici e normativi, potranno essere venduti ai cementifici e all’industria del vetro, oltre a trovare impiego nella produzione di calcestruzzi, malte, miscele bituminose e altri materiali per l’edilizia. Il trattamento permetterebbe inoltre di recuperare acqua e anidride carbonica ad elevato grado di purezza, quest’ultima potenzialmente utilizzabile in diversi processi industriali e, nel rispetto degli standard richiesti, anche nel settore alimentare. A questi prodotti si aggiunge la produzione di energia elettrica, destinata in parte all’autoconsumo dell’impianto.

Costi inferiori rispetto ai sistemi tradizionali

Tra i vantaggi illustrati durante la presentazione a Ecomondo figurano anche quelli economici. Secondo le stime presentate, un impianto basato sulla tecnologia FPO avrebbe un costo di investimento di circa 800mila euro ogni mille tonnellate di capacità annua di trattamento, contro 1,5 milioni di euro per un termovalorizzatore tradizionale. Una differenza teorica vicina al 47%, alla quale si aggiungerebbe una riduzione dei costi operativi stimata tra il 20 e il 30%.

Una tecnologia già sperimentata in Puglia e autorizzata in Toscana

L’ossicombustione in pressione senza fiamma è già una tecnologia sperimentata. Durante la presentazione è stata infatti richiamata l’esperienza dell’impianto dimostrativo da 5 megawatt termici realizzato a Gioia del Colle, in provincia di Bari. La stessa tecnologia ha inoltre ottenuto autorizzazioni per altri progetti, tra cui un impianto da 30 megawatt termici a Peccioli, in Toscana, e un altro da 15 megawatt nell’area di Bari. Nel corso dell’incontro è stato affrontato anche il tema dello stoccaggio dei rifiuti in ingresso, con riferimento a tre giorni di autonomia per il deposito, nell’ambito delle valutazioni sulle migliori tecniche disponibili.